Rimorchiare al festival dell’Oriente

Per l’ennesimo anno consecutivo mi ero ripromesso di non andare al Festival dell’Oriente. Non pensate male di me, non ci ero mai stato, aveva zero appeal. Lo hanno sempre fatto a breve distanza del Romics. Sempre alla solita, immancabile, scomodissima Fiera di Roma a due tiri di canna dal mare ma a vattelapesca da casa mia. Quest’anno ci sono andato.

Perché? Chiederanno gli unici due che leggeranno questo articolo (i parenti delle Tarantelle).

Dovevo cuccarmi una. Sono stato creativo ed ho detto. Ti porto in un posto speciale che sicuro ti piacerà. Sapete una cosa? Ha funzionato. Ha funzionato alla grande.

Esco di casa col mio fedele destriero e la aspetto sotto casa in giacchetta di pelle scura ed occhiali da sole Ray-Ban versione COPS. Lei scende in ritardo (perché noi uomini lo sappiamo che fanno sempre tardi) ed io tiro fuori il pacchetto Mikado tattico al cioccolato fondente. Sguardo sexy e alzo il sopracciglio. “Hey baby”, parte il bacio con lingua, si parte. Il GRA come al solito è bloccato. Tragitto di una mezz’ora in un’ora e venti. Finisco i giga su Spotify e l’unica radio che prende è Radio Maria. Spengo la radio e passo alle bestemmie del vicino albanese che guida il tir. Arriviamo al parcheggio. Non c’è un’anima viva. Faccio l’italiano e parcheggio su un marciapiede per risparmiare cinque euro. Scendo e scopro su un cartello che il vicino Commercity (un ingrosso pieno di cinesi) offre la sosta gratuita fino all’una di notte. Lo studente universitario che è in me esce fuori. Sposto la macchina, mi evito la multa, e mi avvio all’ingresso. Partono i dodici euro a testa per entrare. Il commesso alla biglietteria è lo stesso del Romics di settimane prima. Me la rido tra me e me. La tipa mi prende per scemo. Non parto col piede giusto. Entriamo e prendo la mappa. Lo spazio espositivo è enorme: cinque padiglioni tematici e stand tra una piazzola e l’altra. Tre hangar per il Festival dell’Oriente, un palco per il Festival Latino Americano, un padiglione per il Festival Cowboy e Indiani ed uno per il Festival Irlandese. Noto con dispiacere l’assenza dei pirati e degli astronauti. Sarà per l’anno prossimo.

cofDecido di entrare col carico da novanta nel Festival Orientale. La ragazza al mio fianco guarda con occhi sognanti ogni singolo oggetto di cartapesta che fa parte della scenografia. Per fortuna non nota che ho staccato due dita al Bruce Lee di polistirolo all’ ingresso. Si riesce a camminare tra stand e negozietti. L’offerta espositiva spazia da vendita pietre mistiche, centri massaggi a pagamento, venditori di rubinetti ed un tizio non identificato in mutande seduto in un angolino. Ha la barba lunga, le braccia sulle ginocchia e guarda il vuoto davanti a sé. Un piccola folla si avvicina e fa foto su foto in silenziosa riverenza. Sono curioso e mi avvicino anche io. Non faccio in tempo ad arrivare che due agenti di polizia, spintonando a destra ed a manca, lo sollevano di peso e lo trascinano a forza fuori. Momento di silenzio. Sbotto a ridere ed osservo le facce deluse dell’italiano medio che ha scambiato un mendicante per un santone indiano.

Ho fame e decido di osservare l’offerta enogastronomica degli stand. Passo davanti al chiosco del Nepal. “Kebab” tibetano a caratteri cubitali. C’è qualcosa che non va. Dietro al bancone c’è un uomo che assomiglia incredibilmente a Mustafà dell’Arco di Travertino. Sono sospettoso e passo oltre. Allo stand cinese non trovo le pinne di squalo e perdo interesse. Il Vietnamita si presenta bene ma gli otto euro per due spiedini di carne e verdure mi fanno ripensare con nostalgia alla passata Pasqua. Decido, in comune accordo alla mia compagna, di attendere per pranzare. Musica da le mille ed una notte nell’aria. Aladdin e Jasmine passano accanto a me ballando a piedi nudi sui tappeti persiani. Sul palco un gruppo di danzatrici del ventre stimolano il basso ventre agli uomini di mezza età in prima fila. Come ipnotizzati non si accorgono dello sguardo di disapprovazione delle mogli accanto a loro. Io, da rispettoso cavaliere, non mi faccio incantare e guardo il culo della dama al mio fianco. In fase di autocompiacimento sorrido ed annuisco a Mustafà dall’altro lato della sala. Mustafà mi alza il pollice in simbolo di approvazione. Metto gli occhiali da sole, spolvero le spalle della giacchetta ed uscendo passiamo all’ hangar country western. Tende pellerossa, edifici in legno della frontiera, odore di carne alla griglia, ruggiti di Ford Mustang, Harley-Davidson e musica country, mi sento a casa. Il cibo chiama. Alla cassa il prezzo minimo per un panino è sette euro. E’ caro ma il mio organismo ne ha bisogno. Puntiamo sull’ hamburger doppio bacon e cheddar. Non ci delude. Sul palco un gruppo di cowboy in stivali e cappello fanno un ballo lento. Da bravo gringo chiedo un ballo alla puledra. I miei piedi calpestano i suoi ad ogni giro. Ci facciamo due foto in movimento. Faccio il coglione e lei ride. Sentiamo la musica latino americana all’ esterno. Apro la porta antincendio e mi trovo davanti una discoteca a cielo aperto. Centinaia di persone che fanno balli di gruppo. Nelle tende il rum scorre a fiumi. Quasi quasi mi sembra di esser tornato al malecòn de l’Havana il sabato sera. La festa è appena iniziata e si comincia a ballare. Un’ora dopo siamo sudati ed assetati.

cofUltimo stand rimasto. L’Irlanda ci chiama e non ci delude.

Il Festival Irlandese è incredibile. Il tetto di tutto il padiglione è disseminato di bandiere verdi, bianche e arancioni. Gente barbuta in kilt ad ogni lato. Una mini Stonehenge al centro di una enorme sala espositiva (non è in Irlanda lo so ma l’ignoranza qui fa da padrona). La Guinness si è presa metà hangar per vendere birra. Una pinta cinque euro. Ci stà. Musica a tutto volume. Girando l’angolo scopro che la fantastica sinfonia di cornamuse e tamburi è dal vivo. Il Clan della Fossa si esibiscono live. E’ uno spettacolo di ritmo, luci, balli, birra e rutti al microfono. Persone di tutte le età sotto palco ballano senza avere la più pallida idea di come e cosa fare. Capisco che è il mio momento. E’ finita l’era delle figure di merda in pista e delle gambe di legno. Mi fiondo sul verde/arancio sottobraccio alla mia compagna e ruttando a ritmo umiliamo le danzatrici celtiche in tamburello. Scorre altra birra. Cambiano le canzoni. La testa gira. Lei mi guarda, mi dice che è una giornata perfetta. Ruttando le dico: “lo so” e la bacio.

Finisce la musica ed è il momento di andare. Sono passate nove ore dentro al Festival. Son partiti una marea di soldi ma cazzo se mi sono divertito. Accanto a me quel culo sculetta e mi chiama lo schiaffo della sera. Il cellulare vibra. Un messaggio. “Ho visto che sei al Festival dell’Oriente. Aspetto il tuo articolo per domani”. Maledette Tarantelle.

 

Simone Zanella

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